Cantine Green: sostenibilità nel Vino

Il mondo del vino da sempre si evolve sulla via di usanze dei consumatori e dei produttori che, nel corso dei secoli, hanno messo in atto nuove metodologie per garantire la conservazione del terroir. Ed è anche grazie a questo che la vite, apparsa sulla Terra circa 100 milioni di anni fa, è arrivata fino a noi, frutto delle azioni responsabili passate.
La sostenibilità nel mondo del vino, quindi, è tradizione, anche se negli ultimi anni le nuove richieste del mercato l’hanno fatta diventare un trend sempre più gettonato, in Italia e specialmente all’estero.

“Green”, “sostenibilità”, “biodinamico”: parole chiave dotate di un’eco in continua espansione che molte realtà vinicole considerano prioritarie, dedicando parte di questa filosofia all’interno del business aziendale, così da rispondere in maniera performante e proattiva ad un nuovo e florido mercato.
Ma parlare di sola sostenibilità ambientale sarebbe riduttivo, ché non si può tacere della sostenibilità sociale ed economica, gli altri due aspetti focali che il cliente oggi cerca e che tiene in considerazione nelle sue scelte d’acquisto.

Sì, il green si conferma un fattore positivamente performante per le cantine vinicole, soprattutto se sostenuto da una comunicazione digitale, green “inside” anch’essa.

La ricerca del consumatore green
Già un paio di anni fa le scelte d’acquisto dei consumatori hanno cominciato a puntare sui vini provenienti da terreni autoctoni lavorati con metodi sostenibili, terreni che possono garantire al cliente un prodotto dalle piacevoli note gustative più persistenti rispetto ai vini più convenzionali e con lavorazioni meno accurate.
Ascoltare queste nuove esigenze, studiare la loro customer journey e analizzare attentamente i canali su cui si informano è inequivocabilmente un’azione strategica che fornisce alle cantine le basi fondamentali su cui costruire campagne di comunicazione mirate: non dimentichiamo che non trovando sulla rete notizie sul nostro brand, la conversione avverrà più facilmente su un vino di media-bassa qualità che investe nella comunicazione la maggior parte dei suoi sforzi.

Il caso Albino Armani
Sebbene sia un trend in voga negli ultimi anni, sono molte le famiglie storiche che abbracciano i valori della sostenibilità. Una testimonianza di questo ci è data dal case history dell’azienda vinicola Albino Armani, uomo coraggioso per cui il suo “è il lavoro più bello del mondo”.
Albino Armani cresce in Val D’Adige, luogo per anni snobbato perché terra di confine tra Veneto e Trentino. Ma questa zona è anche detta Terra dei Forti (per via dei forti austro-ungarici che vi sorgono, proprio nei pressi della cantina di Dolcé) e chissà se proprio questa sia la forza assorbita nel DNA di quest’uomo: mentre i colleghi della Val D’Adige vendevano l’uva a terzi e svellevano viti storiche per impiantare i vitigni internazionali richiesti dal mercato, Albino e la sua famiglia hanno riportato alla luce vitigni autoctoni ormai dimenticati, una decisione coraggiosa, astuta e lungimirante ricordando a tutti l’importanza del territorio. Insomma, quella che oggi si chiama “sostenibilità”, per la famiglia Armani è da sempre saggezza e buon senso.

Basti pensare alla produzione di lieviti autoctoni garantiti grazie alla biodiversità presente nei vigneti; all’efficientamento energetico in campagna e in cantina, con strutture architettoniche in perfetta simbiosi con il paesaggio circostante che garantiscono raffrescamento e riscaldamento quasi a costo zero; al rispetto per la comunità, da sempre considerata sacra per la famiglia Armani perché le terre su cui sorgono le loro 5 cantine e i loro vigneti sono prima di tutto terre fatte da persone.

Non dimentichiamo che l’Italia è il Paese che dispone del maggior numero di varietà autoctone: tutto quello che serve, in fondo, è solo farsi trovare a chi cerca il buon vino, wine, wain, ‎bино, pútáojiǔ o qualunque sia la sua lingua autoctona.

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