Continente sicilia

“La Sicilia è la chiave di tutto”, ha scritto Goethe.
“La Sicilia è un continente”, dice Laurent Bernard de la Gatinais, presidente di Assovini
Sicilia.
Tedesco il primo, figlio del conte francese Hugues Bernard de la Gatinais il secondo.
Entrambi, per varie ragioni e per imperscrutabili vie del destino, affascinati e ammaliati da
questa Isola, cuore del Mediterraneo e volto esotico del Bel Paese.

Se l’ammirazione per la Sicilia trasuda già da queste prime righe è perché chi scrive è anima
sicula, e come tutti i siciliani, profondamente innamorata di questa terra. Sentimento che, a
onor del vero, è molto vicino a quel “odi et amo” di catulliana memoria (“Odio e amo. Forse
chiederai come sia possibile; / non so, ma è proprio così e mi tormento”, nella traduzione di
Salvatore Quasimodo).

Perché mai tiriamo fuori tutto questo popò di cultura così, subito? Perché sempre quel odi et
amo
è un buon riassunto di quanto abbiamo sentito tra le parole di Laurent Bernard de la
Gatinais
, presidente di Assovini Sicilia e presidente di Tenute Rapitalà SpA, etichette tra le
più prestigiose di Sicilia.
È difficile fare impresa in Sicilia”, ci confessa quasi a bassa voce. “Lei pensi che per
Rapitalà siamo costretti a comprare 70mila euro all’anno di acqua potabile tramite autobotti
perché non siamo serviti da un acquedotto. E non possiamo approvvigionarci presso il
nostro Comune, che non ne avrebbe a sufficienza per la sua comunità, ma dobbiamo
rifornirci a 20 km. di distanza. Per non parlare del sistema burocratico, che tanto sarebbe
piaciuto a Kafka.


Però lei, nato e cresciuto in Sicilia, non si è perso d’animo e, oltre al suo lavoro in
Rapitalà, adesso è anche presidente di Assovini, è nel Consiglio di Amministrazione
del Consorzio Vini Doc Sicilia e anche a lei si deve la nascita della Fondazione
SOStain Sicilia
. Tutta questa attività è quasi uno sberleffo alla prospettiva del povero
Kafka.

“La Sicilia, per ricchezza di biodiversità, è un continente. C’è talmente tanto che è quasi
troppo. Non è pensabile non lavorare con questa terra, con i suoi frutti. I vini siciliani – per
restare all’interno del solo protagonista di questa intervista – sono talmente tanti che da soli
potrebbero accontentare ogni palato, ogni naso, e ogni tasca. Tra l’altro, in termini di
ettolitri/anno, c’è una produzione davvero generosa.”


Perché allora tutta questa mole di produzione sembra non avere un’identità
abbastanza forte da essere ricordata anche in ambito nazionale? Non mi sembra che
nella top ten delle etichette italiane più prestigiose ce ne sia qualcuna siciliana.

“Non è così, ma capisco il problema dell’identità da lei sollevato. Negli ultimi 20 anni sono
cambiate molte cose. Ad esempio, c’è stato un moltiplicarsi di belle aziende che
imbottigliano prodotti davvero di buona qualità. Sottolineo che Assovini Sicilia rappresenta
circa l’80% dell’imbottigliato siciliano che proviene da filiera chiusa, ovvero è il produttore
stesso che segue le sue uve dai filari all’imbottigliamento. Poi è arrivato il Consorzio, con
tutti i suoi controlli seri e puntuali, così da garantire che sulle tavole arrivi un prodotto
davvero eccellente. Il problema semmai sta nel fatto che dovremmo far crescere il valore di
questa identità. Ci stiamo già muovendo, pensi che nel 2012 il Nero d’Avola “sfuso” era
pagato 0,80/0,85 €/litro, oggi siamo a 1,20/1,30 € litro. Non è granché come aumento, ma è
qualcosa. Ci vorrà tempo”.


Mi scusi, ma a me viene l’orticaria al solo pensare che 1 litro di vino possa essere
venduto a un prezzo così basso. Come si ripaga il viticoltore della fatica? Grandinate,
scirocco, bombe d’acqua, siccità… In Sicilia queste follie meteorologiche sono ormai
la norma!

“È follia che la norma sia non avere acqua, ma sì, è vero, c’è ancora tantissima strada da
fare. E la stiamo facendo. Come presidente di Assovini Sicilia, posso dire che una delle
nostre priorità è proprio la comunicazione del brand Sicilia, e il primo e più importante passo
è già stato fatto, quello del Consorzio. Ora dovremo passare al valore percepito, facendo
comprendere che con un ottimo rapporto tra qualità e prezzo si può portare a tavola del vino
che nulla ha da invidiare alle etichette nazionali più riconosciute.”
Anche perché, come dicevamo, qui in Sicilia si produce davvero di tutto.
“Esatto. Così come si parla del Cabernet di California, perché mai non si dovrebbe
riconoscere lo stesso status al nostro Chardonnay? Questo solo per fare un esempio
parimenti internazionale. Possiamo parlare di Nero d’Avola (appunto), o di Carricante o di
Insolia o di Cerasuolo. La realtà siciliana è complessa, unica è la sua profondità. E come
profonda è l’emozione di un calice di vino siciliano, così dovrebbe essere la sua
comunicazione. Ci vorrebbe una sorta di catechizzazione del consumatore, anche se
bisogna riconoscere che chiunque venga in Sicilia, al primo boccone, al primo sorso si
trasforma in un Sicilia addicted!
Questi lunghi mesi di pandemia hanno un po’ velocizzato il processo per cui i consumatori
hanno preferito la via della ricerca a quella della pubblicità. Ovvero, costretti a comprare
tramite gli shop on line, hanno cominciato ad approfondire, scoprendo la differenza tra
territori, aree climatiche, altitudini/vicinanza con il mare. Stanchi del linguaggio a volte
surreale dei più comuni strumenti di informazione, i più giovani per primi hanno deciso di far
da sé, ricercando e sperimentando i vari gusti, incontrando la moltitudine di idee che i
produttori coltivano nei loro vigneti, scoprendo le diverse personalità, gli stili.”


Lei parla di vino come un innamorato, mi spiace non poter mostrare né descrivere il
suo sguardo.

“Vino non è solo un bicchiere di sostanza alcolica. È comunicazione profonda di storia,
cultura, è degustazione per immagini, è trovare dei ricordi che ci accordano un momento di
pace. Il vino si gusta. È questo che bisogna insegnare o ricordare, a seconda dei casi.”

E chi deve farlo?
“La rivoluzione sociale di questi tempi moderni ha annullato quella trasmissione della qualità
un tempo affidata alle famiglie che potevano permettersi una diversa organizzazione del
tempo. I nonni insegnavano ai figli il segreto della cucina, anche solo nel fare il sugo di
pomodoro. Fino a trent’anni fa c’era chi in famiglia teneva alta l’asticella del gusto, della sua
qualità. Scommetto che se a un ragazzo si proponesse di scegliere tra un piatto di Kentucky
Fried Chicken e uno di pasta al sugo – ma il sugo della nonna – sceglierebbe il secondo con
grande soddisfazione. Oggi purtroppo non è più possibile, ma almeno ci sono programmi
tipo MasterChef che fanno breccia anche tra i più giovani ”.


Programmi che però di vino parlano poco.
“Sarebbe bello se parlassero di abbinamento cibo/vino. Non è tanto, ma sarebbe già
qualcosa. Per il resto, dobbiamo far crescere proprio le attività connesse alla produzione del
vino.
Con Assovini stiamo cambiando la prospettiva, focalizzandoci sulla crescita qualitativa del
produttore, ché il prodotto è già eccellente. Abbiamo, insomma, spostato l’attenzione sul
singolo socio perché pensiamo che sia importante far circolare le idee e le conoscenze,
coniugare la saggezza dei più anziani con le idee innovative dei più giovani, rappresentati
spesso di aziende più piccole. Davvero importante è la divulgazione del know-how, così da
aumentare la conoscenza di tutte quelle che oggi chiamiamo best practices. Dobbiamo
crescere nelle skills individuali, e la condivisione delle conoscenze aiuta a far meglio e in
tempi più brevi. Certo, il percorso è lungo, ma quel che conta è cominciare. Così come, ad
esempio, Assovini Sicilia ed il Consorzio Sicilia DOC hanno creato la fondazione SOStain,
per promuovere e certificare una “sostenibilità” siciliana. Come Assovini vorremmo
impegnarci molto anche nella promozione dell’enoturismo: già la Sicilia è vista come una
mèta ambita, se poi aggiungiamo le visite in cantina, la possibilità di scoprire il vino lì dove si
produce, l’abbinamento con il nostro cibo… cosa c’è di più bello? Pensi che Malta ha iniziato
il potenziamento del settore alberghiero quasi 40 anni fa, e ora conta quasi 2 milioni di
visitatori l’anno. Perché noi non possiamo farlo? perché non è possibile migliorare i servizi,
le strade, i mezzi di collegamento? La Sicilia sta vivendo una fase di desertificazione umana
che è ancora possibile recuperare. Abbiamo tutto: perché non renderlo anche più
semplicemente disponibile?”.


“Odi et amo”. Con passione, di chi sceglie di restare, e rabbia di chi sa cosa potrebbe essere.
Una cosa è certa: né chi scrive né (ne siamo abbastanza certi) il presidente di Assovini
Sicilia è disposto a lasciare questa terra, un continente “chiave di tutto”.